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REFERENDUM SÌ O NO: Mandiamo a casa la Meloni?

Inutile girarci intorno o cercare tra le pieghe dei codici giuridici: il referendum sulla giustizia di questo weekend ha smesso da tempo di essere una questione di tribunali per diventare un brutale regolamento di conti politico. Entrando in cabina elettorale il 22 e il 23 marzo, la sensazione per milioni di italiani non sarà quella di esprimers…
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Inutile girarci intorno o cercare tra le pieghe dei codici giuridici: il referendum sulla giustizia di questo weekend ha smesso da tempo di essere una questione di tribunali per diventare un brutale regolamento di conti politico. Entrando in cabina elettorale il 22 e il 23 marzo, la sensazione per milioni di italiani non sarà quella di esprimersi su una riforma tecnica, ma di partecipare a una vera e propria elezione anticipata. Il quesito sulla separazione delle carriere o sul sorteggio dei membri del Csm è diventato il paravento dietro cui si nasconde l'unico vero interrogativo che agita le piazze e i talk show: vogliamo che questo Governo continui o vogliamo mandare a casa Giorgia Meloni?

Questa mutazione genetica del voto referendario è ormai sotto gli occhi di tutti. Per gran parte dell'opposizione, il merito della riforma Nordio non è più il centro della battaglia, ma un’occasione d’oro, un treno che passa una volta sola per infliggere una spallata decisiva alla coalizione di centrodestra. Il messaggio che sta filtrando con forza è che il "No" sia l'unico modo per dare lo sfratto a Palazzo Chigi, trasformando una scelta costituzionale in un siluro politico. In questo clima, non importa più se il cittadino sia d'accordo o meno con le nuove regole della magistratura; quello che conta è usare la scheda come un'arma per far cadere il Presidente del Consiglio. Il referendum è stato svuotato della sua sostanza per essere riempito di rabbia politica, diventando un test di sopravvivenza per l'esecutivo.

Dall'altra parte della barricata, il clima non è meno tossico. Chi prova ad alzare la mano per sostenere le ragioni del "Sì" si ritrova spesso schiacciato da un’etichetta pesante e infamante. La narrazione dominante in certi ambienti descrive chiunque sia favorevole alla riforma come un complice, una sorta di "criminale di destra" che vuole smantellare l'indipendenza dei giudici per puro spirito di vendetta. Si è creato un cortocircuito pericoloso per cui votare "Sì" significa automaticamente stare dalla parte dei "cattivi" o dei nemici della democrazia. Questa colpevolizzazione preventiva sta uccidendo ogni possibilità di dialogo, costringendo anche chi avrebbe dubbi legittimi o proposte costruttive a chiudersi nel silenzio per non essere trascinato in uno scontro di fango mediatico.

Il risultato finale di questa guerra totale è un profondo analfabetismo sul contenuto reale di quello che voteremo. La politica ha preferito "buttarla in caciara" perché mobilitare le tifoserie è molto più facile che spiegare i dettagli di una riforma complessa. Ci stiamo dividendo tra chi vuole salvare la Premier e chi vuole vederla cadere, dimenticandoci che lunedì 24 marzo, una volta chiuse le urne, le regole che avremo scelto resteranno scritte sulla pelle di tutti noi, indipendentemente da chi siederà al Governo. Abbiamo trasformato la Giustizia nel terreno di un derby ideologico dove il "sangue" politico ha preso il posto del ragionamento. E in questo scontro frontale, dove conta solo chi grida più forte, a uscire sconfitta è prima di tutto la nostra capacità di scegliere con consapevolezza, oltre le simpatie o gli odi di fazione.


F.K.

Parole chiave: Primo piano
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