La "Leggerezza" della Giustizia: perché serve un’Antimafia "preventiva" negli atti pubblici
Entrare nello studio di un notaio per un atto pubblico significa, oggi, sottoporsi a una sorta di radiografia etica e finanziaria. Tra i moduli del questionario antiriciclaggio ne spicca uno quasi intimidatorio: "Lei o i suoi parenti siete Persone Esposte Politicamente (PEP)?". La logica è cristallina: se la risposta è sì, scatta una sorveglianz…
| Redazione sport | Editoriali
Entrare nello studio di un notaio per un atto pubblico significa, oggi, sottoporsi a una sorta di radiografia etica e finanziaria. Tra i moduli del questionario antiriciclaggio ne spicca uno quasi intimidatorio: "Lei o i suoi parenti siete Persone Esposte Politicamente (PEP)?". La logica è cristallina: se la risposta è sì, scatta una sorveglianza speciale sulla provenienza del denaro. Se la risposta è no, ci si affida alla buona fede della dichiarazione. Eppure, in un Paese che ha pagato tributi di sangue altissimi alla criminalità organizzata, stupisce che manchi una domanda altrettanto, se non più, necessaria: "Lei o i suoi parenti siete mai stati rinviati a giudizio per reati di associazione mafiosa?", questa domanda non te la fanno !!
Il recente caso di cronaca che ha coinvolto il Sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, rappresenta l'emblema tangibile di questo vuoto, che non è solo normativo ma profondamente etico. Trovarsi in società con la figlia di un imprenditore condannato definitivamente per legami con il potente clan Senese non è un dettaglio che si può liquidare con un’alzata di spalle. Quando un uomo ai vertici del Ministero della Giustizia — l'organo che dovrebbe fungere da baluardo estremo contro l'illegalità — commette un simile errore, la giustificazione della "leggerezza" diventa un insulto all'intelligenza dei cittadini.
È una questione di capacità di tutela: se un uomo di Stato non è in grado di proteggere la propria onorabilità attraverso uno screening elementare sui propri soci d'affari, come può pretendere di garantire la sicurezza di un intero popolo? Muoversi con tale disinvoltura in certi ambienti tradisce un cinismo politico che ignora il vulnus profondo arrecato alla credibilità delle istituzioni. Dietro queste vicende sembra aleggiare l'idea che, una volta raggiunta una posizione di potere, si diventi intoccabili, protetti da uno "scudo spaziale" che permette di ignorare quelle regole di prudenza che valgono per ogni comune mortale.
Se un cittadino qualunque deve giustificare ogni bonifico davanti a un professionista, è paradossale che chi amministra la Giustizia non senta il dovere morale di verificare con chi siede a tavola. Le dimissioni del Sottosegretario, arrivate in questo marzo 2026 sulla scia dello scandalo, non sono un atto di cortesia o un gesto di galateo politico, ma la conferma tardiva che la trasparenza non può essere un optional. La lotta alla mafia non si esaurisce nelle aule di tribunale o nelle sentenze definitive; si alimenta soprattutto della distanza siderale da certi contesti. Perché se non sei in grado di riconoscere un rischio mafioso leggendo una visura camerale, non avrai mai la lucidità necessaria per combatterlo dalle stanze del potere.










