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L’Eclissi della Sicurezza: Perché in Piazza Garibaldi la Politica ha finito le munizioni

  L’ultimo episodio di violenza in Piazza Garibaldi non è che la conferma di una diagnosi amara: il Comune di Trieste ha esaurito l'arsenale dei palliativi amministrativi. Tra telecamere inerti e ordinanze ignorate, resta solo l'attesa del peggio, mentre il confine tra amministrazione e pura coreografia si fa sempre più sottile. A Trie…
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L’ultimo episodio di violenza in Piazza Garibaldi non è che la conferma di una diagnosi amara: il Comune di Trieste ha esaurito l'arsenale dei palliativi amministrativi. Tra telecamere inerti e ordinanze ignorate, resta solo l'attesa del peggio, mentre il confine tra amministrazione e pura coreografia si fa sempre più sottile. A Trieste, questo limite coincide esattamente con il perimetro della piazza. Nonostante anni di promesse, di "tolleranza zero" sbandierata ai microfoni e di schermi ad alta definizione che osservano passivi ogni centimetro di asfalto, la percezione di insicurezza si è cristallizzata in una certezza di impunità. Per troppo tempo ci è stato venduto il feticcio della videosorveglianza come il rimedio a ogni male, dimenticando che la telecamera è un occhio che guarda, non una mano che ferma. Chi accoltella o spaccia in pieno giorno, puntando dritto l'ottica di una lente 4K, non sta sfidando la tecnologia: la sta semplicemente deridendo, consapevole che il processo burocratico necessario a trasformare quel frame in una sanzione è così lento e farraginoso da risultare, nei fatti, nullo.

Sorge allora un dubbio che spacca la città: ha fallito clamorosamente la politica locale, o siamo davanti a un’amministrazione che le ha provate davvero tutte, trovandosi però la strada sbarrata da "ordini superiori" e da un sistema nazionale che le impedisce di andare oltre? È l’incapacità di chi siede nei palazzi triestini o è l’impotenza di chi è stato lasciato solo da Roma a gestire una polveriera con i secchi d'acqua? Di fronte a questo interrogativo, il cittadino è ormai troppo stremato per perdersi in sofismi ideologici. Siamo sicuri che chi vive o lavora nella zona metta ancora al primo posto il colore politico? La realtà è che, davanti a un’emergenza di questa portata, la soluzione viene accettata da qualunque parte arrivi, anche se contraria ai propri ideali. Il pragmatismo della sopravvivenza ha travolto l'appartenenza ai partiti.

D’altronde, i numeri del disastro sono scritti sui muri e nelle vetrine. Anni fa, acquistare un’attività o una casa in questa zona era un successo garantito, un investimento sicuro nel cuore pulsante della città. Oggi, nessuno vuole più averci a che fare. Il mercato commerciale e quello immobiliare sono in caduta libera: chi mai vorrebbe investire i risparmi di una vita in un quartiere dove, un giorno sì e l'altro pure, le sirene delle forze dell'ordine sono il sottofondo costante di risse e degrado? Chi aprirebbe una vetrina sapendo di dover convivere con il presidio permanente della polizia come unica, fragile, garanzia di apertura?

Il punto più oscuro resta lo stallo istituzionale. Palazzo Cheba sembra incastrato tra il malumore dei residenti e la rigidità dei codici, mentre la polizia opera in un regime di frustrazione: arrestare qualcuno per vederlo tornare in piazza poche ore dopo è un insulto al morale degli agenti e alla fiducia dei triestini. In questo scenario, le istituzioni sembrano essersi rassegnate a una postura d’attesa, sperando che non accada l’episodio irrimediabile, l'unico che avrebbe il peso politico per forzare la mano al Ministero dell’Interno. La politica locale ha sparato i suoi ultimi colpi a salve. Senza una riforma della giustizia e un potenziamento strutturale degli organici, Piazza Garibaldi rimarrà un laboratorio del fallimento della deterrenza urbana. Siamo passati dalla prevenzione alla gestione delle macerie e, mentre la politica cerca nuove ordinanze di facciata, la piazza continua a parlare un linguaggio che le istituzioni non sanno più né tradurre, né governare. L'eclissi, ormai, è totale.

Editoriale

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