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Tra il teatrino della politica e la realtà della strada: la Trieste che si scopre vulnerabile

Tra il teatrino della politica e la realtà della strada: la Trieste che si scopre vulnerabile C’è un patto non scritto che Trieste ha custodito gelosamente per generazioni: la certezza rassicurante di essere un’isola felice, un porto franco della vivibilità al riparo dalle turbolenze tipiche delle grandi metropoli. Quel patto, tuttavia, mostra c…
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Tra il teatrino della politica e la realtà della strada: la Trieste che si scopre vulnerabile

C’è un patto non scritto che Trieste ha custodito gelosamente per generazioni: la certezza rassicurante di essere un’isola felice, un porto franco della vivibilità al riparo dalle turbolenze tipiche delle grandi metropoli. Quel patto, tuttavia, mostra crepe sempre più evidenti. Gli episodi di cronaca di questa settimana — dalle lame e dai corpi contundenti spuntati tra via Rigutti e Barriera fino al parapiglia a colpi di spray urticante esploso in pieno giorno in Largo Bonifacio — lasciano sul selciato qualcosa di più profondo dei semplici rilievi delle forze dell'ordine: lasciano il segno di un disincanto collettivo.

Attorno a queste ferite urbane si muovono ormai due mondi paralleli che faticano a toccarsi. Da una parte c’è l’arena virtuale della politica locale, un copione fisso che si ripete identico a ogni sirena spiegata. Bastano pochi minuti dall'accaduto e partono le consuete raffiche di post su Facebook, dichiarazioni al vetriolo e frecciatine preconfezionate in vista della futura partita per il governo cittadino. È la liturgia del rito politico: da un lato l’amministratore o l'assessore di turno che allarga le braccia spiegando (spesso a ragione, sul piano normativo) che il Comune non ha poteri di polizia giudiziaria e che la competenza spetta a Prefettura e Questura, pur non risparmiando proclami di pugno duro contro una microcriminalità che vede spesso coinvolti cittadini stranieri; dall’altro lato chi si oppone, pronto ad accusare di inefficienza, a denunciare il fallimento delle "zone rosse" sperimentate in Piazza Garibaldi — rivelatesi poco più di un pannicello caldo — e a contestare lo stazionamento statico delle camionette, bollato come mera operazione di facciata.

È un ping-pong di accuse e slogan che dura le canoniche quarantotto ore, giusto il tempo di alimentare lo scontro ideologico prima che la polvere si depositi. Poi, come su un disco rotto, un nuovo episodio riaccende la medesima sequenza di proclami, altrettanto rumorosi quanto oggettivamente sterili.

Eppure, su un tema così vitale per il futuro della città, le forze in campo sembrano incapaci di trovare una sintesi pragmatica. Prevale la gabbia dell'ideologia: da un lato si rispolverano ricette dal sapore propagandistico come le "passeggiate per la sicurezza", che nella sostanza strizzano l'occhio a ronde fai-da-te; dall'altro si difende a spada tratta una gestione dei flussi migratori che, per prassi e modalità attuali, porta inevitabilmente con sé una sacca di marginalità e delinquenza. È la classica goccia d'olio che finisce per inquinare un intero bidone di acqua potabile, perché è oggettivo e doveroso riconoscere che tantissime persone giunte sul territorio lavorano onestamente, condividono valori civili e nulla hanno a che spartire con i violenti da strada. La domanda sorge spontanea: perché non si riesce a costruire un percorso comune? Perché, in una comunità che si definisce civile, un bene primario come la sicurezza divide anziché unire?

I cortocircuiti che impediscono il dialogo sono noti, ma nel frattempo la percezione che la cittadinanza sia stanca è ormai tangibile. Tra la gente comune c’è chi minimizza, ricordando che "le risse ci sono sempre state e oggi sembrano di più solo per via degli smartphone"; ma c'è anche chi fa notare, con lucida memoria storica, che un tempo le baruffe appartenevano a contesti precisi, a locali o personaggi ben noti, ed era sufficiente evitarli per non correre rischi. Oggi domina l'imprevedibilità: la violenza non aspetta il buio e si consuma tra passeggini e passanti all'ora dell'aperitivo.

Il segnale più allarmante di questo scollamento è che persino i cittadini più moderati, pacifici e comprensivi iniziano a mostrare segnali di cedimento, guardando con una pericolosa forma di rassegnata approvazione alle logiche dell'autotutela e del fai-da-te. Mentre la politica si perde nel proprio riflesso social cercando consensi anziché soluzioni strutturali, la città reale vive una crescente sensazione di impotenza. Trieste non chiede slogan né rimpalli di competenze, ma la certezza che i suoi spazi tornino a essere luoghi di incontro e non teatri di tensione da attraversare con lo sguardo basso.
 
di F.K.
 
La redazione de Il Meridino di Trieste e Gorizia
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Parole chiave: Primo piano
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