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In memoria di Sergio Pizzotti, che ha messo insieme mezza Trieste con la scusa di un torneo

Sergio Pizzotti se n'è andato a 89 anni, e con lui se ne va un pezzo di città che non stava scritto da nessuna parte. Il curriculum, per chi non lo conoscesse, è di quelli che si misurano in decenni e non in titoli. Mezzo secolo dentro al calcio triestino, quello amatoriale, quello vero, quello dove non ti paga nessuno e ci vai lo stesso. In Copp…
 |  Denis Locoselli  |  Editoriali

Sergio Pizzotti se n'è andato a 89 anni, e con lui se ne va un pezzo di città che non stava scritto da nessuna parte.

Il curriculum, per chi non lo conoscesse, è di quelli che si misurano in decenni e non in titoli. Mezzo secolo dentro al calcio triestino, quello amatoriale, quello vero, quello dove non ti paga nessuno e ci vai lo stesso. In Coppa Trieste c'è stato praticamente sempre, prima con gli scarpini e poi in panchina a dire ai ragazzi cosa fare, di solito senza che gli dessero retta.

 Il Memorial Quaia lo ha portato avanti per anni con quella testardaggine che avevano gli uomini della sua generazione, quelli che una cosa la fanno perché va fatta. Ma non è per questo che oggi in tanti hanno un nodo in gola. I tornei, per Sergio, erano una scusa. Una scusa organizzata benissimo, con le date, i campi, i tabelloni, le telefonate a chi mancava, tutta la fatica vera che si prende chi mette in piedi le cose mentre gli altri si limitano a giocarci. Ma sempre una scusa. Quello che gli interessava era che i ragazzi avessero un posto dove stare insieme, e che qualcuno si prendesse la briga di crearglielo. Ha messo i giovani e lo sport al centro per tutta la vita senza fare mai, nemmeno una volta, un discorso sui giovani e sullo sport.

Per me è stato un mentore, anche se non gli avrei mai dato quella parola in faccia perché mi avrebbe mandato a quel paese. È stato una spalla, di quelle su cui piangi e poi due minuti dopo ridi, il che è una cosa che riesce a pochissime persone al mondo. Aveva un umorismo fuori dal comune, tagliente, mai gratuito, di quelli che ti smontano nel momento esatto in cui ti stai prendendo troppo sul serio. "Gira a destra me raccomando - Passime el stagnaco (detto ad un dirigente a Fano) - Rosso Ferrari e Blu Savoia” parole che sembrano banali ma per chi l’ha conosciuto e frequentato, oggi ci strappano l’ennesimo sorriso. Faceva lo scorbutico. Ma era una recita, e lo sapevamo tutti. Dietro il brontolio c'era uno degli uomini più alla portata di mano che abbia conosciuto. Con Sergio non prendevi appuntamento e non chiedevi permesso. Lo trovavi, e c'era. Ti chiedeva sempre di arrivare 5 minuti prima, non se sa mai. Non so quanti siamo, quelli che gli devono qualcosa. Tanti.

Ragazzi diventati uomini che da lui hanno imparato più cose fuori dal campo che dentro, e che quasi certamente non gliel'hanno mai detto, perché con lui quei discorsi lì non si facevano. Ti avrebbe risposto con una battuta e avrebbe cambiato argomento. Io ero uno di quelli, non potevo permettermi qualche trasferta? "No xe problemi Klin, femo lo stesso” Il destino, che ha un suo senso dell'umorismo, ha voluto che il Memorial Quaia ripartisse proprio adesso, dopo anni di stop, mai avrebbe immaginato che in parte sarà dedicato anche a lui. Non c'è modo migliore di ricordarlo di quello che avrebbe scelto lui: gente in campo, gente a bordo campo, e qualcuno che si è preso la briga di organizzare tutto.

Oggi Trieste perde una persona straordinaria. Ma ha lasciato di più di ciò che si è portato via. Lo scriviamo sapendo benissimo che questa frase gli avrebbe dato fastidio e che avrebbe alzato gli occhi al cielo. Alziamo un bicchiere lo stesso. Alla tua, Sergio.

Walter Klinkon

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