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Belgrado e Valjevo bruciano, assieme a loro tutta la democrazia

Da oltre un anno, la Serbia è attraversata da proteste sempre più accese contro il regime del presidente Aleksandar Vučić, al potere da più di 12 anni. Tutto ha avuto inizio l’estate scorsa, quando il popolo ha iniziato a mobilitarsi contro l’ipocrisia del governo centrale nel trattare il crollo di una pensilina della stazione di Novi Sad, con il…
 |  Redazione sport  |  Geopolitica

Da oltre un anno, la Serbia è attraversata da proteste sempre più accese contro il regime del presidente Aleksandar Vučić, al potere da più di 12 anni. Tutto ha avuto inizio l’estate scorsa, quando il popolo ha iniziato a mobilitarsi contro l’ipocrisia del governo centrale nel trattare il crollo di una pensilina della stazione di Novi Sad, con il triste esito di 16 vittime. Un’intera generazione di giovani serbi, soprattutto studenti universitari, ha iniziato a scendere nelle piazze, a occupare sedi di studio, per reclamare ciò che dovrebbe essere un diritto inalienabile: elezioni libere, giustizia sociale, dignità umana. In risposta? Gas lacrimogeni, bombe stordenti, cariche della polizia. In una singola parola: repressione. Dura e sanguinaria, follemente anacronistica. Nelle ultime settimane, la situazione è precipitata. A Valjevo, nel cuore del Paese, edifici amministrativi e giudiziari sono stati dati alle fiamme, insieme ad alcune sedi del Partito Progressista Serbo (SNS), il braccio politico del presidente. Il simbolo di un potere che non tollera opposizione, e che risponde con il pugno di ferro a ogni voce dissenziente. Quello che accade in Serbia non è un conflitto locale, ma il riflesso inquietante di un’Europa che si sta lentamente abituando all’autoritarismo. Vučić, ex ministro della propaganda sotto Milošević, ha ricostruito negli anni un potere personale fortissimo, alimentato da controllo mediatico, clientelismo e, sempre più, legami strategici con Russia e Cina. L’illusione di una Serbia europea vacilla sotto la retorica sovranista e militarista che il regime promuove ormai apertamente. E l’Unione Europea? Le dichiarazioni che arrivano da Bruxelles sono timide, ambigue. "Preoccupazione", "invito al dialogo", "richiesta di riforme". Ma nessuna presa di posizione netta. Nessun appoggio chiaro ai manifestanti, nessuna condanna vera della repressione. E mentre la Serbia affonda nella deriva autoritaria, la risposta occidentale si limita a moniti burocratici. Persino la cancellazione della fiera SEE MOBILITY, evento economico-chiave per i Balcani, è passata quasi sotto silenzio. Un chiaro segnale del deterioramento dei legami diplomatici ed economici fra Belgrado e l’Occidente. Ma l’Europa sembra più preoccupata di non “urtare” il regime, che di difendere i valori fondanti su cui è costruita. Noi italiani non possiamo restare spettatori. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle il significato della lotta per la libertà, il dolore del totalitarismo, la speranza della democrazia. E oggi, a poche ore di volo da Roma, migliaia di giovani rischiano la vita per chiedere ciò che noi troppo spesso diamo per scontato. ONG, esponenti della società civile, intellettuali della diaspora serba si stanno mobilitando. Manifestazioni di solidarietà, appelli, campagne social. Ma serve di più. Serve una mobilitazione collettiva, una voce italiana forte che dica: non accettiamo che la Serbia scivoli nell’autoritarismo impunemente. Non in nostro nome. Non con il nostro silenzio.

ELEONORA CARCARINO

Parole chiave: Trieste, Gorizia