Trieste, dove il cinema abbatte i confini e il cuore dell'Est torna a battere
Trieste, dove il cinema abbatte i confini e il cuore dell'Est torna a battere
Mentre la Bora si insinua tra i moli e i palazzi asburgici, il 37° Trieste Film Festival entra nel vivo, confermandosi ancora una volta come il ponte culturale più solido tra l’Italia e l’Europa centro-orientale. In questa giornata di metà gennaio, la manifestazione non si limita a celebrare il cinema, ma lo trasforma in un atto di impegno sociale e inclusione, mescolando la ricerca d'autore alla necessità di rendere l'arte un'esperienza davvero universale.
Il fulcro di questa missione è il Teatro Miela che, tra mattina e pomeriggio, diventa il cuore del progetto INCinema. Qui la sala smette di essere un luogo di barriere per farsi spazio aperto: grazie all’app Earcatch e ai sottotitoli ad alta leggibilità, le proiezioni diventano accessibili anche a chi convive con disabilità sensoriali. È in questo contesto che, alle 14:30, scorrono le immagini dei Corti senza confine, sette frammenti di cinema che esplorano l’identità complessa delle terre di frontiera. Poco dopo, alle 17:30, lo schermo si accende per l’atteso Caravan di Zuzana Kirchnerová. Il film, che ha mosso i primi passi proprio qui a Trieste come progetto in divenire prima di approdare a Cannes, racconta con una sensibilità rara il viaggio di una madre e di un figlio, esplorando le sfumature della disabilità intellettiva senza mai scadere nel pietismo.
Parallelamente, il baricentro del festival si sposta verso l'imponente cornice del Politeama Rossetti. Se nel pomeriggio il concorso lungometraggi continua a dare voce ai Balcani — territori dove la macchina da presa è ancora un’arma di resistenza e analisi sociale — la serata appartiene alla visione potente di Kirill Serebrennikov. Alle 20:00, il regista presenta Das Verschwinden des Josef Mengele (La scomparsa di Josef Mengele), un’opera disturbante che ricostruisce la latitanza del "medico di Auschwitz" in Sudamerica. È un film che scuote lo spettatore, unendo il rigore della ricostruzione storica a un’estetica visionaria capace di inchiodare lo sguardo alla poltrona.
Ma il Trieste Film Festival ha da sempre la capacità di uscire dal buio delle sale per invadere la città. La narrazione continua tra i tavolini dei caffè storici, dove il profumo del caffè si mescola al dibattito critico. Al Caffè San Marco si riflette sulla presenza femminile nell’industria cinematografica con Le Lab Femmes de Cinéma, mentre tra gli scaffali della Libreria Ubik, Dora Šustić presenta il suo romanzo I Cani, una storia di autodeterminazione che sembra dialogare idealmente con i personaggi femminili visti sullo schermo.
Con il calare del sole, la giornata trova la sua naturale conclusione nei locali del centro. Tra un calice e l'altro, durante i consueti Aperitivi con gli Autori, registi, giurati e semplici appassionati si ritrovano a discutere di inquadrature e sceneggiature. In questi momenti, Trieste si trasforma in un salotto a cielo aperto: un luogo dove il confine tra chi crea e chi guarda si fa piacevolmente sottile, e dove il cinema torna a essere, prima di tutto, un incontro umano.



