Ferragosto in corsia: i supermercati aperti raccontati da chi ci sta dentro

Inchiesta de Il Meridiano tra il personale di vendita e i clienti. I punti vendita non vengono nominati e gli intervistati compaiono con nomi di fantasia, come da loro espressamente richiesto.
Come ogni anno, puntuale quanto l'afa e quanto le fotografie del mare sui social, a Ferragosto è tornata la polemica sui supermercati aperti. Da una parte chi denuncia lo sfruttamento delle festività, dall'altra chi ricorda che qualcuno, quel pane, lo deve pur vendere anche il quindici di agosto. Il Meridiano ha scelto di non aggiungere l'ennesimo commento da tastiera e di andare a chiedere direttamente alle due sole categorie che in questa storia ci stanno davvero dentro: chi ci lavora e chi ci va a comperare.
Una premessa, però, è doverosa. Abbiamo generalizzato sui punti vendita e utilizziamo nomi di fantasia perché così ci è stato chiesto. E qui emerge il primo dato dell'inchiesta, forse il più eloquente di tutti: nonostante il settore sia da anni al centro di polemiche social rumorosissime, abbiamo incontrato un fortissimo riserbo da parte del personale. Più che prudenza, in alcuni casi è sembrato timore. Nessuno se la sentiva di parlare a viso aperto; molti hanno accettato di rispondere soltanto dopo la garanzia esplicita dell'anonimato nei confronti del datore di lavoro. Non è un dettaglio di colore da mettere in fondo al pezzo: che un lavoratore non si senta libero di dire cosa pensa dei propri turni festivi è, di per sé, una notizia.
Sul fronte dei dipendenti le opinioni divergono, e parecchio. Alberto (nome di fantasia) non ha bisogno di giri di parole: «a mi no me frega de Ferragosto, me servi soldi e el festivo vien pagado de più, go do fioi casa e mantegnirli costa, e te digo de più: co xe ste feste me offro sempre volontario perché i miei colleghi se pol star casa». Un ragionamento asciutto, quasi da partita doppia, che tiene insieme la maggiorazione in busta paga e una solidarietà di reparto della quale nessun comunicato sindacale riuscirebbe a rendere conto.
Dalle casse, Anna (nome di fantasia) la vede in modo opposto. E soprattutto la vede vuota: «no rivo capir cosa i tien verto, xe pochissima gente che compra e semo qua a girar per le corsie per far passar el tempo». Le facciamo notare che un paio di euro in più in busta paga, alla fine del mese, fanno comodo. Non lo nega affatto: «certo, ma anche passar el Ferragosto coi fioi ga la sua importanza». Due frasi che riassumono meglio di qualunque tavolo tecnico il vero nodo della questione: non è il denaro contro il tempo, è il denaro *e* il tempo, e a nessuno dei due si può rinunciare a cuor leggero.
A quel punto abbiamo forzato la discussione — con non poca fatica, va detto — ponendo a entrambi la stessa domanda volutamente provocatoria: perché non avete scelto un altro mestiere, un altro lavoro? Anche qui, esiti opposti. Alberto quasi si offende: «ma cosa, la scherza? paga sicura ogni mese, tredicesima e quattordicesima, ferie e malattia, questa xe una azienda grossa e no ga problemi a pagar anche se el stipendio xe sempre curto». Dall'altra parte del corridoio la risposta ha tutto un altro suono: «e chi me ciol? ormai a sta età xe za bon che go questo, solo cassiera e pulizie posso far». La prima è la fotografia di un settore che, nel deserto occupazionale, viene percepito come porto sicuro. La seconda è la fotografia di chi in quel porto non è entrato per scelta, ma perché era l'unico rimasto aperto.
La conferma è arrivata da Valentina (nome di fantasia), la più giovane delle persone incontrate, e forse la più amara: «la mia laurea no la me servi niente in questa città, go studiado ani con sacrifici e son andada in uno studio per cominciar a lavorar e i me ga dito che i me ciol solo se go partita IVA, quela che se paga poche tasse, perché i costi per chi non ga esperienza e non produci el studio no riva sostenirli. Per cui ciogo quel che xe». Qui l'ironia va messa da parte, perché il tema è serio e supera di molto il perimetro del banco frigo. Una collaborazione subordinata di fatto, offerta a una neolaureata alle prime armi con l'obbligo di aprire una posizione autonoma e con il regime agevolato usato come argomento di vendita, è una prassi che il diritto del lavoro conosce benissimo e da tempo. La notizia, semmai, è un'altra: che a una ragazza appena laureata questa proposta sia stata presentata come normale, e che lei l'abbia archiviata come normale. Nel frattempo, la corsia è aperta e assume.
Il quadro cambia sensibilmente passando dall'altra parte della barricata, quella dei clienti. Simpaticissima la siora Anna, in età ormai abbondantemente importante, che chiarisce subito la propria posizione sul dibattito nazionale: «ahhh cosa la vol, mi me fazo el gireto, ciogo do tochi de pan e un fia de verdura e fazo do giri perché qua xe fresco, altro che la calura de fora». Al netto del sorriso, c'è poco da ridere: per una parte non piccola di anziani soli, ad agosto e in una città che chiude, il supermercato aperto è uno dei rarissimi spazi al coperto, climatizzati e frequentati da esseri umani in cui si possa passare un'ora senza dover pagare il biglietto. Vale la pena tenerne conto, prima di derubricare tutto a consumismo.
Meno diplomatico il signor Roberto, che ci ha accolti con un entusiasmo tutto suo: «xe ani che xe verto per le feste, cosa rompé le togne desso co ste interviste? ogni ano la stessa solfa. Mi andavo de Zazzeron che iera verto sempre, desso no xe più e me toca vignir fin quà». Registriamo la ramanzina, la accettiamo sportivamente e ne prendiamo pure atto: nella nostalgia del negozio sotto casa che teneva aperto senza che nessuno indicesse un dibattito c'è, in fondo, la miglior sintesi di quarant'anni di cambiamento del commercio triestino.
Insomma, tra chi ci sta e chi non ci sta, tra chi si offre volontario e chi conta i minuti passeggiando fra le corsie deserte, anche questo Ferragosto i supermercati sono rimasti aperti. La polemica, come da tradizione, ha fatto il suo giro e si è ripiegata da sola in attesa del prossimo turno. Noi ci risentiamo con la solita solfa per le festività natalizie e per Capodanno: e ricordiamo che a Natale mancano 132 giorni, giusto per lasciare a tutti il tempo di preparare le argomentazioni.
La Redazione de Il Meridiano








