2^ puntata: Perché pagare chi "non lavora" è una scelta logica (e giusta)

Oggi il mondo economico è profondamente cambiato. Se un tempo la ricchezza si creava quasi solo con i macchinari, le fabbriche e la fatica fisica, oggi il motore principale della nostra società è un altro: la conoscenza.
A differenza del petrolio o delle materie prime, la conoscenza ha una caratteristica unica: più circola, più cresce, più l’economia si arricchisce. Si nutre di due cose: lo studio (l'apprendimento) e le nostre relazioni di tutti i giorni (la cooperazione sociale). Il problema attuale è che questa enorme ricchezza genera profitti giganteschi, che però finiscono nelle mani di pochissimi.
Nel frattempo, stiamo letteralmente sprecando il "capitale umano" del nostro Paese. Pensiamo ai tanti giovani diplomati o laureati che non trovano spazio: lo Stato ha investito molti soldi nella loro istruzione, ma lasciandoli inattivi stiamo dissipando quel valore.
Il vero significato di "Lavoro" nella Costituzione
Dobbiamo smettere di pensare al lavoro solo come a un impiego classico, con un cartellino da timbrare o una partita IVA. L’articolo 4 della nostra Costituzione dice una cosa bellissima e rivoluzionaria: lavorare è svolgere qualsiasi attività che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Cosicchè, ogni volta che usiamo le nostre competenze, che navighiamo sul web alimentando algoritmi, che facciamo volontariato o ci prendiamo cura di qualcuno, stiamo creando valore e facendo girare l'economia. Di fatto, stiamo lavorando per la collettività.
Visto che tutti mettiamo le nostre conoscenze a disposizione della società, tutti dovremmo ricevere una ricompensa. Se non lo fa un datore di lavoro privato, deve pensarci lo Stato. Non si tratta di assistenzialismo o di un "regalo", ma di un nuovo diritto economico e sociale: il diritto al Reddito per le Conoscenze (RpC). Potremmo definirlo un salario pubblico ridotto: un riconoscimento economico per il sapere che ognuno di noi mette in circolo ogni giorno, alimentando il PIL del Paese. In fondo, qualcosa di simile esiste già: l’assegno sociale che lo Stato eroga agli anziani non è forse una forma di salario pubblico?
A chi dovrebbe andare questo reddito?
Una volta capito il principio, la domanda è: come dividiamo queste risorse?
La strada più ovvia sarebbe dare il Reddito per le Conoscenze solo a chi vive in povertà assoluta e ai disoccupati senza alcuna entrata. Ma se ci fermassimo qui, lasceremmo fuori una fascia fondamentale: i giovani "scoraggiati". Ragazzi che hanno smesso persino di cercare un impiego perché rifiutano un mercato del lavoro fatto spesso di sfruttamento, stipendi da fame e zero prospettive di crescita. Anche loro hanno diritto all'RpC.
In conclusione
Un reddito che dia un valore economico alle conoscenze non è più rimandabile. Per renderlo sostenibile, la mia proposta è di farlo muovere su due binari:
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da un lato, metterlo in sicurezza per chi si trova in povertà assoluta ed estrema.
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dall'altro, destinarlo ai giovani e alle casalinghe (c.d. inattivi) che hanno finito la scuola superiore, che non sono iscritti ai centri per l'impiego o che cercano la prima occupazione.
Non vogliamo dare loro un sussidio per restare sul divano, tutt'altro. Questo reddito deve essere una spinta: una base sicura per convincerli a mettersi in gioco, studiare, sviluppare le proprie capacità e inventarsi un percorso professionale che rispetti davvero le loro inclinazioni.
Ma come si trasforma tutto questo in realtà? Lo scopriremo nella prossima puntata.
Domenico Rana
#ilmeridianots #domenicorana










