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Il peso del confine e la scelta di Ukmar: quando la coscienza supera il partito

Il peso del confine e la scelta di Ukmar: quando la coscienza supera il partito C'è un momento, nella vita di chi fa politica per decenni, in cui il richiamo della coerenza personale diventa più forte della disciplina di gruppo. L’addio di Stefano Ukmar al Partito Democratico non somiglia alle solite scosse di palazzo a cui Trieste è abituata; as…
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Il peso del confine e la scelta di Ukmar: quando la coscienza supera il partito

C'è un momento, nella vita di chi fa politica per decenni, in cui il richiamo della coerenza personale diventa più forte della disciplina di gruppo. L’addio di Stefano Ukmar al Partito Democratico non somiglia alle solite scosse di palazzo a cui Trieste è abituata; assomiglia più a una presa d’atto, silenziosa ma profondamente politica, di quanto il mondo sia cambiato e di quanto sia diventato difficile, oggi, tenere insieme l'identità di confine con le grandi scelte dei vertici romani ed europei.

Mentre Piazza Unità si infiamma per le battaglie sulla cabinovia e sui destini urbanistici della città, Ukmar ha spostato lo sguardo altrove. La sua rottura non è nata tra i moli o nei caffè del centro, ma lungo la linea invisibile che separa il pacifismo storico della minoranza slovena dalle nuove necessità di riarmo dettate dai conflitti internazionali. Definire "guerrafondaia" la linea del proprio partito è un atto di una gravità estrema per un militante storico, ma è anche il segnale di una ferita aperta: quella di una sinistra che, agli occhi di una parte della sua base, sembra aver smarrito la capacità di parlare il linguaggio della diplomazia.

La scelta di restare nel gruppo consiliare come indipendente è, in questo senso, un gesto di estremo pragmatismo umano e politico. Ukmar non vuole abbattere la casa in cui ha vissuto per trent’anni, specialmente ora che l'opposizione a Dipiazza si gioca su equilibri fragili e carte bollate davanti al Consiglio di Stato. È un "divorzio in casa" che permette di salvare i numeri in aula, ma che apre una questione di fondo: cosa resta del pluralismo interno al PD triestino se una delle sue voci più rappresentative della comunità slovena si sente ormai un ospite?

Proprio qui sta il punto dolente per la segreteria di Giovanni Barbo. La minoranza slovena non è solo un serbatoio di voti, è l’anima stessa di una Trieste che si riconosce nella cooperazione transfrontaliera. Se un riferimento come Ukmar decide di "appendere gli scarpini al chiodo" rivendicando la propria libertà di voto sulla geopolitica, il rischio non è solo numerico, ma identitario. È il timore che una parte storica dell’elettorato inizi a percepire il partito come un’entità lontana, incapace di proteggere quel DNA pacifista e neutrale che è tipico di chi il confine l'ha vissuto sulla propria pelle.

Tuttavia, il riflesso di questo "terremoto" non si ferma ai confini del centrosinistra. Dall’altra parte dell’aula, la Lega e Fratelli d’Italia osservano con un misto di pragmatismo e cautela. Per il centrodestra, la fragilità dei dem è un’opportunità tattica: vedere una figura così solida smarcarsi dai propri vertici convalida il racconto di una sinistra divisa e distante dai sentimenti reali del territorio. Se la Lega di Trieste ha storicamente costruito una parte del suo consenso sulla difesa della "triestinità" in contrapposizione a logiche esterne, oggi vede nel PD lo stesso corto circuito tra locale e globale.

D'altro canto, Fratelli d’Italia sa che un’opposizione che perde la sua "bussola etnica" e pacifista è un’opposizione meno capace di mobilitare quei mondi che, a Trieste, fanno ancora la differenza nelle urne. Il rischio, per la giunta Dipiazza, è però quello di sottovalutare un Ukmar "libero": un battitore puro, senza più il vincolo del tesseramento, può diventare una mina vagante nei dibattiti d'aula, portando argomenti etici che la disciplina di partito spesso preferisce smussare.

In questi ultimi mesi di mandato, Ukmar si muoverà probabilmente come una coscienza critica. È una posizione scomoda per chi deve gestire la coalizione, perché un alleato che non risponde più alla linea ideologica è, per definizione, imprevedibile. Eppure, in questa fragilità, emerge una verità più grande: a Trieste la storia non è mai passata invano, e a volte il vento della geopolitica soffia così forte da scavalcare anche le mura più solide dei partiti di Piazza Unità, rimescolando le carte proprio quando la partita sembrava già decisa.

Parole chiave: Primo piano