Il calcio senza fissa dimora: la fine dei sogni rionali nella favola amara di Bruno Gasperutti
Oggi Vi racconterò una favoletta, che forse alla maggior parte dei lettori interesserà poco e ne sorvolerà la lettura con sufficienza, che poi tanto una favola non è, ma rispecchia in fondo quella che è diventata la Società (pseudo) civile in cui viviamo. Certo io parlo di calcio e non faccio come…
| Redazione sport | Calcio

Oggi Vi racconterò una favoletta, che forse alla maggior parte dei lettori interesserà poco e ne sorvolerà la lettura con sufficienza, che poi tanto una favola non è, ma rispecchia in fondo quella che è diventata la Società (pseudo) civile in cui viviamo. Certo io parlo di calcio e non faccio come tanti umanisti eruditi che ci insegnano l’essenza della vita, cimentandosi in analisi profonde che incutono rispetto e assenso, anche se a volte il loro linguaggio risulta ingarbugliato e di difficile immediata interpretazione. Ma tant’è! Dunque……
Correvano i “favolosi” anni del dopoguerra, eravamo alla fine degli anni ’50 e già si intravvedeva l’inizio di una nuova stagione, che avrebbe cambiato l’esistenza al popolo italiano… in maniera costruttiva. Un mocciosetto trascorreva le sue giornate tra scuola elementare, quaderni a righe, oratorio e strada; era felice aveva tanti amici con cui condividere le sue passioni che poi erano semplici, sobrie e genuine come: le figurine dei calciatori, le biglie, i tappi per giocare al giro d’Italia e un pallone sgonfio con cui ingaggiare sfide infinite, contro i ragazzi della via attigua. La domenica era la giornata della grande festa, Messa alla mattina e pomeriggio….. beh il pomeriggio era dedicato agli “eroi della domenica”: in stadio con papà a vedere la Triestina contro gli squadroni di A, o più modestamente e anche da solo vista la vicinanza da casa, nel campetto nerastro di carbonina a vedere il Ponziana. I campioni in maglia rossoalabardata erano per noi bimbetti inarrivabili, erano equiparabili a Superman, anzi a Nembo Kid visto che Superman non esisteva ancora; invece i ragazzi che vestivano la maglietta biancoceleste erano i nostri amici, parlavano con noi, venivano al bar rionale a raccontare delle loro partite, erano come uno di noi: ah quanto avremmo voluto da grandi diventare come loro, era il nostro piccolo sogno. Si giocava allora all’Oratorio dei Salesiani, ogni giorno dalle 8,30 alle 12,30 poi dalle 14,30 alle 17,30, eravamo sempre oltre la cinquantina. Non si pagava una retta e arrivava don Nicola che distribuiva 3-4 palloni di gomma nera dura e si formavano le squadre per giocare 7 contro 7 sul campo principale (quello detto grande), poi altri andavano su quello minore 5 contro 5 e i restanti negli angoli ad esercitarsi, per poter scalzare un giorno quelli del campo grande. Che bello, quanta gioia quando per la prima volta si era scelti per giocare con i più grandi, tu ragazzino di 8/9 anni con quelli di 14: ma allora potevi sperare di giocare un giorno anche tu nel Ponziana. Poi un bel giorno a soli 11 anni giochi la prima partita vera con la maglia del Don Bosco, è la coppa Mekovec: “mamma, papà domani gioco in prima squadra con quelli di 14 anni, venite a vedermi all’Oratorio?” “purtroppo abbiamo altro da fare piuttosto che venire a vedere una partita tra ragazzini a sette”.
Non era una delusione ma una consuetudine, nessun genitore seguiva i loro figlioli, era un divertimento, non la rampa di lancio verso il mondo dorato del pallone, che poi immancabilmente avrebbe dato fama, danaro e veline, spalancando un radioso futuro ai loro rampolli. Non c’erano le nonne e i nonni a vederti, non c’era la mamma con il cronometro per controllare quanti minuti giocavi rispetto a Pierino che era più scarso di te, ma che giocava perché era il “cocolo” del mister, anche se era palese che tuo figlio era il più forte e il più promettente di tutti. Non c’erano allora nemmeno i papà che da bordo campo correvano, lungo la riga laterale assieme a te dandoti i giusti consigli sulla posizione da assumere e sulle giocate da fare, poiché il tuo allenatore era uno che ne sapeva troppo poco di tattica. Allora eri tu da solo, ti divertivi, giocavi senza pensieri né pressioni e quando non riuscivi ad entrare nelle squadrette tra i titolari, sapevi da solo che dovevi migliorare, perchè quelli che giocavano erano più bravi di te… Ma doveva venire il giorno…..
Poi quel giorno arrivò, il provino con il Ponziana, che emozione, il sogno della tua infanzia e quando alla fine l’allenatore ti dice che il prossimo anno giocherai con la squadra e ti danno un paio di scarpette sgangherate da rimettere in sesto dal calzolaio della società, tocchi il cielo con un dito. La prima partita, questa volta c’è il tuo papà, lo vedi è lì sugli spalti, poi vai a casa e lui è silenzioso, tu gli chiedi: “ma ho giocato bene?” “Potevi fare meglio” sobrio e sintetico. Quando l’allenatore ti lascia fuori, ti dice: “vuol dire che gli altri giocano meglio di te”. Non succede come oggi, quando tutta la famiglia riunita al di fuori dello spogliatoio inveisce contro l’allenatore chiedendo spiegazioni sul perché il miglior giocatore del vivaio non abbia giocato in quella partita, sul perché giochino elementi meno dotati di lui che tra l’altro sono pure invidiosi e non gli passano mai il pallone. Poi in gruppo si recano dal presidente minacciando di portare via il ragazzo verso squadre più competitive, quelle che hanno sempre osservatori di tutti i più grandi club nazionali. Poi la botta finale: “noi paghiamo una retta salata, abbiamo dei diritti, inoltre il mio rampollo, che è quello che ora sta seduto là fuori smanettando con il telefonino, è un talento naturale dal luminoso avvenire e voi in questa società glielo state negando, lo porto via”.
Intanto passa il tempo oramai sei adulto ed ecco che avviene quel fatto, che mi ha spinto a raccontare la favoletta sui sogni di un ragazzo di periferia, che viveva in un rione popoloso e che sognava di diventare un giocatore della sua squadra rionale per la quale faceva il tifo da quando era nato, in cui giocava con tutti i suoi compagni dell'infanzia.
Il piano regolatore come un orco cattivo, decide di sottrarre al rione il suo campetto di calcio, lo sfogo di centinaia di ragazzini che erano cresciuti nei primi 55 anni di storia del Ponziana, in una struttura sana, formativa, dove con dei maestri che avrebbero poi portato nel loro cuore per tutta la vita, imparavano l’educazione, il rispetto, la disciplina, il confronto, gioie e sconfitte cocenti.
Pensate a quale anomalia: il ragazzino del rione che andava da S. Giacomo, Ponziana, Chiarbola, fino a Servola, sognava di giocare con i suoi amici nella loro squadra e lo faceva, creando uno spirito di gruppo e di appartenenza che oggi non esiste più, rinsaldando le sue amicizie che poi lo avrebbero accompagnato per tutta la sua vita: sport e vita sociale era un tutt’uno, qualcosa di duraturo nel tempo. Ma i bravi amministratori nel 1967 non mancarono di fare all’atto della demolizione del campo di calcio, di promettere quanto prima la realizzazione sempre nel rione, della nuova casa per la squadra biancoceleste, perché la gloriosa società non doveva morire.
Nessun problema, promessa mantenuta perché “solo” 29 anni dopo, l’8 luglio 1996 venne inaugurato il campo poi intitolato a “Giorgio Ferrini”, indimenticato campione che aveva cominciato proprio sullo sterrato in carbonina e assegnato alla formazione biancoceleste quasi a compensare il maltolto.
Ora veniamo all’oggi e alla conclusione della vicenda. Il campo di gioco è in condizioni disastrate abbandonato a ratti e a bande di disagiati sociali, che alla notte non trovano modo migliore di trascorrere il loro tempo se non distruggendo gli arredi dello spogliatoio. Il Ponziana è fallito miseramente sommerso dai debiti, ma nel popoloso rione operava comunque oramai da oltre 50 anni, un'altra società: il Chiarbola, che per salvaguardare la storia della più vecchia società triestina, aveva cambiato la ragione sociale diventando ChiarbolaPonziana. Questa società in pochi anni ha riorganizzato tutta la sua attività attorno allo storico campo a sette di via Umago rifondando il settore giovanile, mentre la squadra maggiore risaliva tutte le categorie dei dilettanti, dalla Terza fino all’Eccellenza. Quanti sforzi, quante risorse ha dovuto impiegare il presidente Roberto Nordici e il suo meritorio staff, per ottenere questi risultati pur non avendo un campo (credo sia l'unica squadra regionale di Eccellenza che non possiede un impianto su cui giocare e allenarsi) e dovendo di volta in volta chiedere ospitalità in altre strutture dell’altipiano carsico.
C’era sempre però la speranza che prima o dopo, il terreno del Ferrini sarebbe stato ripristinato e assegnato come da logica sia ambientale, sia storica, sia morale, come indenizzo pur intempestivo, per l’esproprio subito a suo tempo. Invece nella politica odierna la logica non esiste, si possono calpestare senza imbarazzi i sogni fantasiosi di un bambino forse demodè, ma sto parlando di emozioni e di appartenenza, non di denaro e opportunismo: per qualche dollaro in più, oggi si può tutto.
La legge è legge. Chiedo ora: perché mai un bambino che oggi vuole giocare a calcio nei rioni di Chiarbola, Ponziana S. Giacomo, Servola deve obbligatoriamente vestire le maglie della Roianese o del Cgs, squadre rispettabilissime che pure loro soffrono la mancanza di una struttura nel “loro” rione, sapendo che iscrivendosi al ChiarbolaPonziana devono affrontare più volte alla settimana lunghi trasferimenti per raggiungere le sedi di allenamento, impegnando nonni e genitori? Ma si rendono conto coloro che hanno così deciso, che hanno decretato la fine sportiva di una società che ora difficilmente troverà dei ragazzini/famiglie, disposte a preferire una squadra senza fissa dimora, piuttosto che una venuta da lontano ma che usufruisce dell’impianto sotto la loro casa?
Chiudo con una provocazione: visto che è sufficiente l’impegno a versare “qualche dollaro in più” per ottenere qualsiasi impianto cittadino togliendolo alla squadra del rione di appartenenza: Attenti S. Luigi, Trieste Calcio & Co, al prossimo bando magari fra 10 o 20 anni, potrebbe presentarsi qualche squadra danarosa, per esempio la Triestina, che oggi è come loro una società dilettantistica e cacciarvi fuori, sempre con il beneplacito della politica, perché la legge è legge e se hanno offerto “qualche dollaro in più” voi potreste essere sfrattati, come è stato sfrattato il Chiarbola che condivideva con il Ponziana il terreno del Ferrini dal giorno della sua inaugurazione. Perché la Triestina dovrebbe impegnarsi oggi a costruire il suo centro sportivo tra mille polemiche in lotta sempre con politici e comitati di quartiere impiegando notevoli capitali, quando "per qualche dollaro in più" potrebbero ritrovarsi un impianto già bello e funzionante? Sempre grati alla nostra politica che salvaguarda i diritti di tutti: la legge è legge e non si deve metterla in discussione.
BRUNO GASPERUTTI
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